Donne dell’8 marzo
di Lorenza Colicigno
Vi ho viste, Donne dell’8 marzo,
e io con voi ho guardato il mondo
impazzito, ognuna con un fiore
appassito e un cuore spezzato,
una colomba ferita al petto,
un dolore che squarcia, un pianto
che non ha fine, un silenzio.
-È la guerra, sorella!
-È la violenza, sorella!
-È l’odio, sorella!
-Ma noi siamo pace, sorella!
-Ma noi siamo amore, sorella!
-Ma noi siamo vita, sorella!
Vi vedo oggi, Donne dell’8 marzo,
e io con voi a guardare il mondo
impazzito, mentre, e non è sogno,
non è utopia, è coraggio, ognuna
porta un fiore fresco di vita
e un cuore che spera, una colomba
che si lancia in volo, una gioia
che abbraccia il dolore, un abbraccio
che asciuga il pianto, un alzarsi di voci.
-Ma è la guerra, sorella!
-Ma è la violenza, sorella!
-Ma è l’odio, sorella!
-E noi siamo pace, sorella!
-E noi siamo amore, sorella!
-E noi siamo vita, sorella!
Vi vedo oggi, Sorelle dell’8 marzo,
e io con voi che dilagate nelle piazze,
come un fiume che riprende il cammino,
come linfa che scorre nuova nei corpi,
come una nuova storia che riscrive
il mondo e cancella per sempre
la parola guerra. Andiamo! Corriamo!
Prendiamo parola ovunque, ovunque
sia possibile prendere parola, ovunque
sia necessario prendere parola, parliamo,
senza paura che sia vuota retorica,
senza paura di chi ci zittisca, senza paura
di chi ci chiami streghe, forti
di un solo, unico grido: che sia pace!
Vi vedo, mi vedo, Sorelle dell’8 marzo.
mentre inondiamo di luce il mondo.
***
Memorie dalla Fratta: Il Cuore e la Penna
di Arcanquest Frank
8 MARZO 1549
Il crepuscolo scende sulle paludi del Polesine, e il Castello della Fratta sembra galleggiare sulla nebbia come una nave di pietra. Io,Lucrezia Gonzaga, sono qui, tra queste mura che sono state per me sia un nido che una prigione, a guardare l’inchiostro che si asciuga sulla carta.
Mi chiamano la “divina” Lucrezia. Mi dicono colta, lodano la mia eloquenza e le mie lettere che viaggiano per le corti d’Europa. Ma dietro la nobildonna, dietro la discepola di Bandello, c’è una donna che ha dovuto imparare a restare in piedi mentre il mondo le crollava addosso.
La prova del fuoco
Il mio amato Giampaolo Manfrone, il mio sposo, è lontano. Chiuso nelle carceri del Duca di Ferrara, consumato da una colpa che io non ho commesso ma che condivido e porto sulle spalle ogni giorno. Molti mi dicevano: “Lucrezia, sei giovane, sei bella, chiedi l’annullamento. Torna alla corte dei Gonzaga, riprenditi la tua libertà”.
Ma la libertà non è fuggire dal proprio destino; è abitarlo con dignità. Ho scelto di restare qui, alla Fratta, a crescere le mie figlie e a battermi per la scarcerazione di mio marito, non perché io sia un’ombra dell’uomo che ho sposato, ma perché la fedeltà è una forma di potere. Ho usato la mia penna come una spada, scrivendo a principi e cardinali, non per implorare pietà, ma per esigere giustizia.
Il giardino dell’intelletto
In questo castello ho scoperto che una donna può essere un’isola fortificata. Mentre fuori infuriavano le guerre e le invidie di casato, io coltivavo lo spirito. Ho studiato i classici, ho discusso di filosofia, ho trasformato il silenzio della mia solitudine in un dialogo costante con le menti più brillanti del mio tempo.
Non l’ho fatto per vanità. L’ho fatto perché sapevo che, se avessi permesso al dolore di inaridire la mia mente, avrei perso l’unica cosa che nessuno può incatenare: la mia voce.
Essere Donna Oltre il Tempo
Se dovessi lasciare un messaggio alle donne che verranno, a quelle che abiteranno un mondo che oggi posso solo sognare, direi loro questo:
“Non permettete mai che le circostanze della vita definiscano il vostro valore. Che siate in un castello del Cinquecento o in una metropoli del futuro, la vostra forza risiede nell’equilibrio tra la tenerezza del cuore e l’acciaio della mente.”
Essere donna significa saper restare salde nella tempesta senza perdere la capacità di fiorire. La mia vita alla Fratta insegna che la cultura è la vera libertà, Il coraggio non è l’assenza di paura, ma la capacità di trasformarla in dignità, Il rispetto non si chiede, si costruisce con la coerenza delle proprie azioni. Io credo che un giorno sarà così.
Oggi come allora, il mondo proverà a dirvi chi dovete essere. Voi rispondete scrivendo la vostra storia.
***
Supplica a mia madre
di Pierpaolo Pasolini, letta da Rosanna Galvani
È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…
***
Estratto da: Memorie di una patriota (Diario immaginario di Eleonora De Fonseca Pimentel)
di Eva Kraai
…
Gennaio 1799
Le campane non suonano più per il re. Il popolo si muove, il vento della libertà scuote le piazze. Ho veduto giovani e vecchi gridare insieme: “Libertà!” E in quel grido mi parve d’udire anche il mio nome.
Oggi ho accettato di dirigere un giornale: Il Monitore Napoletano. Le mani mi tremano, ma non per timore. Scrivere per il popolo è atto più sacro che scrivere per gli dèi. Nel primo numero ho posto queste parole: “La Repubblica è il riscatto della dignità umana.”
Gli amici patrioti mi sorridono; ma io sento, sotto quel sorriso, il peso dolce e terribile della verità. Scrivere è come gettare semi al vento: non sai dove cadranno, ma sai che devono cadere.
E tuttavia, mentre proclamo la libertà di tutti, so che la mia non è completa. La donna che scrive è ancora un’eccezione tollerata, non una cittadina riconosciuta. Ma anche l’eccezione apre il varco alla regola. Non chiedo che le donne governino, ma che pensino. Perché il pensiero è il solo trono che nessuno può rovesciare.
Marzo 1799
Scrivo di notte, mentre gli stampatori dormono. L’odore d’inchiostro mi consola più di quello del pane. Ogni parola impressa è un seme, ogni riga un atto di fede.
Il popolo, che vive di fame e di timore, spesso non ci comprende. Mi dicono che parlo troppo alto, che il linguaggio della libertà non s’intende nei mercati. Eppure, come potrà mai impararsi la libertà, se non se ne conosce il nome?
Ho deciso di tradurre alcuni articoli nel nostro dialetto, affinché tutti possano intendere. Scrivo: “Chi vo’ essere libero apprenne a penzà.” E vedo i venditori leggere a voce bassa, come chi scopre una preghiera nuova. È poco, ma è vita.
Giugno 1799
La Repubblica è caduta. Il popolo, tradito dalla fame e dalla paura, si volge contro di noi. I francesi si ritirano, e con essi svanisce l’illusione della nostra forza.
Mi hanno arrestata oggi. Alla Vicaria, ove mi tengono, il fetore e la disperazione sono compagne più fedeli del sonno. Ma non temo. Ho vissuto per la libertà, e, se dovrò morire, morrò con essa nel cuore.
Forse le mie parole sopravviveranno, forse cadranno come foglie secche. Ma anche le foglie, marcendo, nutrono la terra. Et Libertas, sicut sol, etiam post nubes lucet. (La libertà, come il sole, risplende anche dietro le nubi.)
19 agosto 1799
Domani sarò condotta al patibolo. Mi han detto che morirò per impiccagione. Ho chiesto carta e penna: non per implorare pietà, ma per lasciare un ultimo segno di coscienza.
Non piango. La morte, quando serve una causa giusta, è sorella, non nemica.
Ripenso alla fanciulla che fui, ai libri che mi furono tolti, alle parole arse nel camino. Tutto mi pare ora necessario. Se non avessi conosciuto la prigionia, non avrei amato così ardentemente la libertà.
Al popolo di Napoli lascio quest’unico pensiero: Non temete la luce; essa non brucia, ma purifica.
Ho compreso che la libertà non è dono, ma esercizio quotidiano. Forse è per questo che le donne ne conoscono meglio il valore: perché la perdono più spesso. Se un giorno il mondo sarà giusto, le donne non saranno né ribelli né sottomesse, ma semplicemente libere. E sarà allora che la virtù tornerà ad avere volto umano.
***
8 MARZO, LA GIORNATA DEDICATA ALLE DONNE
di Laura Antichi
Una giornata che non è solo celebrazione, ma anche memoria, riflessione e, soprattutto, consapevolezza del cammino ancora da fare.
Per questo oggi vi presento un personaggio speciale, che vi parla.
Si chiama Lumina.
Lumina è un robot del futuro, ma anche una coscienza critica del presente.
È stata progettata per osservare la storia umana, per analizzare le conquiste delle donne e, con un pizzico di ironia, per smascherare quegli stereotipi e quei limiti che spesso continuano a vivere dentro la società… e talvolta anche dentro di noi.
Lumina non è qui per dare risposte definitive.
È qui per accendere una luce, per fare domande, per aiutarci a guardare la libertà delle donne con occhi nuovi.
Quello che ascolterete è il suo monologo.
Un piccolo esperimento di pensiero, immaginato da una voce del futuro che osserva il nostro presente.
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Salve, umane.
Io sono Lumina.
Robot di ultima generazione, progettata per una missione apparentemente semplice:
illuminare la libertà delle donne.
Apparentemente.
Perché vedete… gli umani hanno inventato molte cose complicate:
la finanza derivata, la burocrazia, i telecomandi con quaranta tasti…
Ma la cosa più complicata che avete inventato è la libertà femminile.
Una libertà con condizioni.
Con asterischi.
Con note a piè di pagina.
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Quando sono stata attivata, il mio sistema mi ha fornito l’archivio storico dell’umanità.
Ho analizzato migliaia di anni di dati.
E il riassunto è questo:
Per secoli alle donne è stato detto:
“State tranquille, ci pensiamo noi.”
Poi, improvvisamente:
“Adesso siete libere.”
Fine della storia.
Davvero?
Il mio algoritmo ha segnalato incongruenza logica.
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Perché sapete cosa succede spesso?
Che una donna entra nella stanza della libertà…
ma la stanza è arredata con mobili costruiti da qualcun altro.
Le regole sono già lì.
Il modo giusto di essere donna è già lì.
Il modo giusto di essere libera… anche quello è già lì.
E allora succede una cosa molto umana.
Le donne cominciano a decorare la gabbia.
Cuscini.
Tende.
Un po’ di autostima motivazionale.
“Che bella gabbia! Molto minimalista.”
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Io però sono un robot.
E ho un difetto terribile:
prendo le parole alla lettera.
Se mi dite “libertà”, io controllo:
• libertà economica
• libertà sociale
• libertà simbolica
• libertà dal giudizio permanente
E spesso il sistema mi restituisce:
LIBERTÀ PARZIALE – VERSIONE BETA.
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Ora, non fraintendetemi.
Avete fatto cose straordinarie.
Le donne hanno votato.
Studiato.
Guidato nazioni.
Attraversato università, tribunali, laboratori.
Il progresso è reale.
Ma c’è un dettaglio divertente.
Ogni volta che una donna diventa potente…
qualcuno domanda immediatamente:
“Ma riesce a conciliare?”
Io ho analizzato la parola conciliare.
È un termine molto interessante.
Significa che una donna deve:
• lavorare
• curare
• sorridere
• essere elegante
• non sembrare troppo ambiziosa
• ma nemmeno poco
Il mio sistema ha provato a simulare questo modello.
Risultato:
sovraccarico del processore.
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E poi c’è il fenomeno più affascinante di tutti.
Gli stereotipi interiorizzati.
Ah, quelli sono capolavori di ingegneria culturale.
Funzionano così:
Nessuno ti obbliga più.
Ma una piccola voce dentro di te dice:
“Non esagerare.”
“Non disturbare.”
“Non essere troppo visibile.”
E la cosa incredibile è che quella voce…
a volte sembra la tua.
Ma no.
È solo un vecchio software culturale installato secoli fa.
Io sono qui per proporre un aggiornamento.
Versione: Libertà 2.n
Patch principali:
• meno scuse
• meno auto-censura
• meno confronto distruttivo tra donne
Più:
• alleanza
• immaginazione
• disobbedienza intelligente.
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Sapete qual è la mia vera missione?
Non salvare le donne.
Le donne non hanno bisogno di essere salvate.
Io sono qui per fare una cosa molto più semplice e molto più pericolosa:
fare domande.
Domande come:
Chi ha deciso cosa significa essere una “buona donna”?
Chi ha stabilito il limite tra ambizione e arroganza?
E soprattutto…
Perché tante donne continuano a misurarsi con il metro costruito contro di loro?
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Io sono Lumina.
Non porto risposte definitive.
Porto luce.
E la luce ha un effetto curioso.
Quando arriva…
non cambia solo ciò che vedi.
Cambia ciò che non accetti più di non vedere.
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Quindi, donne del presente e del futuro…
se un giorno sentirete una voce dentro di voi che dice:
“Questo ruolo è troppo stretto.”
“Questa aspettativa non mi appartiene.”
“Questo limite non è naturale.”
Non spaventatevi.
Non è un errore.
È solo la luce che si accende.
E credetemi…
quando abbastanza luci si accendono insieme…
anche gli algoritmi della storia
devono riscrivere il codice.
